100decibel.com YATO: la digitale essenza di “Post Shock”

Alessio Primio Ott 16, 2017
Post Rock sulle prime. La “italo Dance” che a tratti spolvera la vecchia tradizione di quando in quando. E poi ci sono New York e Berlino, ci sono i tubi al neon e le sperimentazioni di luce, ci sono le poesia digitali di una canzone d’autore nostrana che porta a chiedersi chissà come suonerebbero le stesse canzoni con un drumming naturale e una chitarra acustica di corde di ferro. Un nuovo disco per Stefano Mazzei in arte YATO. Un nuovo disco dal titolo “Post Shock” che non cerca di sorprendere ma semplicemente di rappresentare visioni e stati di coscienza alterata. Se lo strumentale “Dub-Bi Song” è una notturna ballata quasi hip-hop tra le periferia di una città futuristica, allora il singolo di lancio “Electro Hardore” è un pop song di schietta matrice radiofonica italiana. Diverse sfaccettature per un’anima che poliedrica nelle esecuzioni e nelle visioni che ha di se.

Iniziando dal nome. YATO. Il rimando ai manga giapponesi è dovuto… o sbaglio?
Non proprio. “YATO” nasce come stilizzazione e gesto grafico sulla “I” tale per cui se ne originano due parti, separandosi, dissociandosi e facendo riferimento alla figura retorica dello iato che dalla letteratura alla musica se ne può dir quasi che stia a significare l’impossibilità di far coincidere qualcosa in una metrica, o in una logica, non solo rispetto quel che si scrive ma anche nella vita di tutti i giorni, in quella difficoltà che tutti abbiamo a dare un senso o nel difenderci rispetto quel che accade, che capita ed a cui non eravamo pronti, umanamente.
E poi si…ed in modo anche provocatorio, prendendo nota di quanto ci sia di contemporaneo nella vita di oggi, rispetto la figura di questa divinità nel mondo dei manga: una “divinità in tuta”, pronta a costruirsi un suo personale tempio con l’accumulo di denari e con una storia anche da distruttore di villaggi e civiltà. Una figura complessa e particolarmente umana della divinità, consumatrice di alcolici e bisognosa spesso di aiuto, umano, per l’appunto.
Bè come vedi iato (YATO) è qualcosa di complesso ma anche di quanto più sostanziale ci sia, anche oggi o, forse, ad oggi in particolar modo.

Elettronica che spazia e non vuole essere autoreferenziale. Tra l’altro il singolo ha una dimensione molto pop, non è così?
Il primo, di questo 2017, è “Electro Hardore”, contenuto anch’esso in “Post Shock”, ed è un brano in cui il pop è amalgamato nuovamente con le sue derive rock, new wave e soprattutto synthpop, mentre l’ultimo e recente singolo, “Consciock”, uscito in radio proprio in concomitanza della pubblicazione dell’album, è una take con una groove dance e funk interrotta da beat cadenzati ed indirizzati al rock ma di fondo resta un crossover mediterraneo tra elettronica, funk e synthrock…e pensa in tutto questo il testo parla del panico, di un’attacco di panico!

YATO nella scena indie di oggi. Cosa pensi di poter dare o ricevere dal momento culturale italiano?
Spero tanto anche se credo poco. E’ incredibile il divario che c’è soprattutto in questo momento del progetto, al suo secondo album autoprodotto, tra il riscontro e l’esaltazione nei live fra spettatori e gestori/organizzatori delle serate ed eventi e la presa in considerazione da parte degli addetti ai lavori, tra produttori, agenzie di booking e quant’altri affinchè il progetto possa esser portato avanti sempre di più ed in modo sempre più coinvolgente! Dico questo, al momento.

Un disco digitale oggi che sta tornando il vinile di moda. Come lo vedi questo cambio di tendenza?
Vogliamo toccare! Abbiamo bisogno di ricercare una carnalità, un’erotica con gli oggetti. Neanche un CD può soddisfare questa esigenza. In poche parole la via del digitale ci ha sottratto al contatto con le cose, contatto fisico ma anche sinestesico. Un vinile ha uno spessore, una grandezza, un odore!…avere fra le mani un vinile, poi, è avere tra le mani un’opera d’arte, esserne suggestionati. No cari miei, la musica in digitale non cancellerà mai quella che posso avere tra le proprie mani e, per quanto possa in certi momenti e per certe ragioni essere anche più usata (abusata!?) l’attrazione al…vinile, resta, resterà. Il vinile è altro rispetto la tecnologia. Non è un oggetto come un grammofono, superato ed anche con buona sorte! Un vinile è un’opera d’arte che parla, canta, suona. Fai te!

Per chiudere: quanto è sociale questo nuovo lavoro? Un disco di denuncia o un disco di semplice bellezza da osservare?
Per niente. Né sociale, né bellezza statuaria da osservare. Non me ne frega un cazzo di entrambi! È sociale se per sociale s’intende qualcosa dell’umano. Nell’album si parla del panico, del tanto noto e blasonato dai media “attacco di panico”, di gabbie per psicolabili, di nevrosi sessuali e di amore, quello che sogna di notte un orgasmo. È bellezza perché il disco è un itinerario da scoprire, un paesaggio che cambia più o meno repentinamente o armoniosamente. Fin troppo abusata la dimensione riduttiva del sociale in testi scritti da gente che facendo due passi per la strada si sente già come un poeta che ha assaggiato quella polvere, messo le mani nelle difficoltà e nella fatica ed anche nella merda di un sistema. Molti farebbero meglio a scrivere di come si sta bene a non fare una benemerita mazza!

Articolo originale:

http://www.100decibel.com/wp/yato-la-digitale-essenza-post-shock/

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